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FARMASISTAS INDIGHNADOS
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maurizioguerra Nuovo

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Registrato: 15/04/11 15:15 Messaggi: 1
Località: tarzo
Impiego: farmacista
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FARMASISTAS INDIGHNADOS
Così si pronuncerebbe in lingua spagnola se i farmacisti italiani fossero invece iberici (contraddizione nei termini) e, soprattutto, se fossero incazzati (termine accettato anche dall’Accademia della Crusca) come dovrebbero (contraddizione nei fatti).
Quello che non comprendo, nonostante conosca la categoria da una vita, è per quale motivo i colleghi non siano per niente avviliti, stanchi, delusi, offesi, arrabbiati, appunto: persi gli alimenti infantili, persi i veterinari, persi i fitoterapici e gli omeopatici, persa l’esclusiva sul farmaco, persi gli OTC e SOP, persi i margini, perso il fatturato, perso il valore della farmacia, perderemo la ricetta bianca, perderemo l’SSN, perderemo perfino i servizi in farmacia (vedi puglia).
I motivi possono essere solamente due.
Uno: i titolari di farmacia sono tutti così ricchi e soddisfatti per cui possono serenamente affrontare ogni insuccesso economico e qualunque difficoltà finanziaria. Infatti, come mi disse un alto esponente politico del Veneto –durante un incontro nel quale, come Presidente dell’Unione regionale del Veneto, stavo rappresentando l’impossibilità ad accettare aperture in deroga di nuove farmacie e la distribuzione da parte delle Ausl degli ausili per l’incontinenza ma quanto tempo è passato!- (Egli sosteneva che) con i guadagni su profumi, zoccoli e bigiotteria non abbiamo alcuna necessità di lucrare anche sui farmaci; inoltre, come dice il dirigente di Ausl, Gianani, finalmente le farmacie potranno puntare su ampi servizi ottenendo in tal modo risultati economici eclatanti che relegheranno a residuo ininfluente la dispensazione dei farmaci e i relativi margini !
Due: un motivo molto più penoso, se possibile, i colleghi sono completamente abituati e rassegnati ad una lenta fine per inedia o asfissia. Infatti, come dice il direttore del Servizio Farmaceutico della Toscana, Giorni, non si capisce perché i farmaci pagati interamente dal SSN debbano essere distribuiti dalle farmacie private e non dalla strutture pubbliche (ospedali, Ausl, farmacie e parafarmacie comunali). D’altronde, da vent’anni i titolari accettano supinamente ogni ingiustizia, qualsiasi taglio, ciascun provvedimento punitivo, qualunque riduzione di ruolo, fatturato e margine, senza mai una protesta, una manifestazione, una rivolta, come fosse un destino fatale, cui non si può sfuggire, essendo ineluttabile come l’evoluzione della specie farmacista, come la morte della professione, o la fine del mondo sociale.
Vorrei poter imprecare in modo volgare, indecoroso e cattivo, ma non credo che l’editore, pur amico, mi concederebbe lo sfogo pubblicandomi interamente.
Perché? Perché i farmacisti sono:
una specie con una storia millenaria e un riconoscimento pubblico di secoli
una classe di laureati a seguito di un percorso di almeno 18 anni di studi
una categoria che legittimamente ha un ruolo e dei compiti sanitari
un gruppo che, giorno dopo giorno, svolge onestamente la propria professione
un ordine ad alto significato etico e assistenziale a garanzia della salute dei cittadini
un genere soggetto a Ordini professionali che tutelano deontologicamente i cittadini
una famiglia unita e rappresentata da un SINDACATO UNITARIO e unico
nel quale investono molto più di 16,5 MILIONI all’anno (0,15% del SSN)
e lo fanno credendo fermamente di essere rappresentati e protetti al meglio
e dalle persone più intelligenti, qualificate e preparate dell’intera categoria
O NO?
Allora, mi chiedo, perché il Sindacato non ottiene mai risultati concreti? Perché ogni anno, ogni mese, ogni giorno, arrivano schiaffi, sputi e insulti? Perché esso non riesce a portare a casa un solo successo, una sola semplice vittoria, mai? Che nessuno osi dire ancora che ogni volta che al posto di un pugno ci danno uno schiaffo questo sia stata una conquista, per piacere, ne ho pieni i cabasisi (i siciliani mi intendono) di sentirlo dire da tutti, da anni. E’ una fesseria!
Le verità sono molte e tutte molto sgradevoli per cui, chi non vuole sapere e preferisce tapparsi le orecchie, non vada avanti nella lettura di questa mia denuncia, lo chiedo per favore, per il suo e mio rispetto.
Primo: non è assolutamente vero che un solo sindacato sia la scelta migliore, anzi, è vero il contrario, come ci insegnano tutti, dalle altre categorie (es.medici) fino ai metalmeccanici, perché il confronto e la concorrenza obbligano a sforzi maggiori e a iniziative più forti.
Secondo: non è assolutamente vero che solo i farmacisti sappiano difendere i propri ruolo, professionalità e prerogative economiche e istituzionali, anzi, è vero il contrario, ce lo ha insegnato anche Confindustria e Farmindustria con i loro direttori generali.
Terzo: non è assolutamente sempre vero che i colleghi che ci rappresentano a livello provinciale, regionale e nazionale (che poi, a scaletta, sono sempre gli stessi) siano le teste migliori professionalmente, intellettualmente, culturalmente. Il sistema elettorale dei tre livelli e della delega da un livello all’altro non porta a scelte motivate secondo quei canoni ma secondo giochi di potere locali, regionali e nazionali. Ovviamente questi non favoriscono la crescita di rappresentanti giovani, innovativi e capaci.
Quarto: i tre livelli sono del tutto inutili e altamente dispendiosi poiché si replicano figure, costi e attività che bloccano altri investimenti e altre iniziative più produttivi ed efficaci. Se resta vero che il livello nazionale è l’unico che può trattare con Stato, Ministeri, parlamento e altre istituzioni di massimo valore e pari grado, il livello regionale è divenuto obbligatorio e non solo necessario (ho sentito dire che da qualche parte si vuole smantellarlo contro ogni logica) poiché il sindacato deve trattare anche con la Conferenza Stato-Regioni e le Regioni sono divenute fondamentali nell’organizzazione e nella spesa sanitaria (vedi DPC e sistemi sanitari e dietetici). La rappresentanza regionale deve esistere per gli incontri, gli accordi e le delibere regionali. Del tutto inutile è il livello provinciale in quanto le province non hanno alcuna competenza in sanità e andranno a scomparire, mentre un ambito di contatto, di comunicazione, di intervento e di organizzazione manca del tutto (tranne dove qualche associazione lo ha ufficiosamente istituito) ed è quello di un rappresentante sindacale (non politico né decisionale) presso ogni Ausl, che dovrebbe far parte del Consiglio regionale, quanto mai indispensabile per i colleghi e le iniziative locali.
Quinto: L’iscrizione sindacale deve essere a livello nazionale o, al massimo regionale, perché la relativa rappresentanza ha una funzione legittima nei rapporti con lo Stato centrale e nella regione di appartenenza. Questo permette una più diretta responsabilità e attività sindacale bidirezionale e diminuisce lo sfaldamento e la litigiosità interprovinciale (vedi Veneto). Inoltre, riduce notevolmente i costi perché sparirebbero più di cento uffici, relativi dirigenti, funzionari, dipendenti anche se una piccola parte dovesse essere trasferita a livello regionale. Infine, la forza della rappresentanza regionale aumenterebbe nei confronti della giunta, del consiglio e delle commissioni.
Sesto: i colleghi che vogliono cimentarsi nella rappresentanza sindacale non possono più essere “concorrenti allo sbaraglio” di fronte a professionisti preparati politicamente e amministrativamente. Col denaro risparmiato dai costi provinciali dovrebbero essere istituite scuole regionali e nazionale per “creare” i sindacalisti futuri. Scuole di amministrazione pubblica, di diritto amministrativo e di giurisprudenza, di politica, di statistica e informatica e altro ancora. Solo in questo modo le menti migliori andranno avanti e dirigeranno la categoria progettando il futuro e promuovendone l’attivazione: Solo così saremo davvero nelle mani di chi si è meritato con fatica e capacità e non di chi ha saputo sfruttare situazioni e intrighi locali.
Come vedete, se si vuole davvero contare in futuro e non finire come le farmacie inglesi o francesi, greche o spagnole, si deve avere il coraggio di abbandonare la vecchia strada del “tirare la giacca al politico nel momento del bisogno” e affrontare quella della progettualità seria, professionalmente valida ed attuabile, legata alle capacità etiche e sanitarie dei colleghi e non a quelle imprenditoriali poiché i farmacisti avranno la propria legittimazione ad esistere unicamente se il loro ruolo sarà indispensabile e riconosciuto e non va ad invadere altri ruoli professionali come lupi all’arrembaggio. Questo, infatti, può favorire solamente poche fortunate grandi farmacie a scapito delle migliaia di piccole farmacie di città o rurali sfortunate e di modeste situazioni, determinando la fine della Farmacia Italiana e la vittoria del mercato.
E sapete molto bene tutti che il Mercato c’è chi sa usarlo molto meglio di noi: multinazionali, industria, distribuzione intermedia, grande distribuzione, finanzieri classici e d’assalto.
A meno che qualcuno non sia già d’accordo con questi gruppi per svalutare le farmacie e farne un unico o pochi bocconi a prezzi contenuti e traendone un profitto personale.
Quindi cari colleghi, rurali sovvenzionati, piccoli urbani, rurali e anche urbani di modeste dimensioni, leggete, informatevi, valutate, non prendete per oro colato nulla, e ricordatevi di quanto molto modestamente vi ho detto, e RIBELLATEVI al nostro sistema ingessato!
Maurizio Guerra
. _________________ Maurizio Guerra
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maurizio Apprendista

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Registrato: 16/06/11 13:53 Messaggi: 7
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L'Italia di Pulcicchino
di Maurizio Bisozzi
I luoghi comuni banalizzano la realtà, ma in fondo aiutano a descriverla con semplicità, sfrondandola dalle sue tante sfaccettature. Prendiamo le virtù di un italiano e mettiamole accanto a quelle di un mitteleuropeo: del primo viene spontaneo ricordare la fantasia, l'adattabilità, la spensieratezza, l'arguzia; del secondo la serietà, l'affidabilità, la coerenza e il senso civico. Se poi volessimo proiettare le caratteristiche dell'italiano medio in una maschera popolare, verrebbe fuori un personaggio a metà tra Pulcinella e Arlecchino; dal secondo salterebbe fuori un incrocio tra Pantalone e Meneghino.
Vediamo cosa è uscito dalla inesauribile fantasia del nostro ibrido Pulcicchino: la giunta regionale della Campania, in omaggio al 50% di maschera di sua pertinenza ha recentemente deliberato che
"al fine di garantire il pubblico servizio in casi di necessità e di urgenza, per comprovati eccezionali motivi», si autorizza «il trasferimento dei locali di una farmacia anche al di fuori del perimetro della sede, purché nelle immediate adiacenze» su decisione del Consiglio regionale, sentiti il Comune e l'Ordine provinciale competente.
Scriveva Ennio Flaiano, profondo conoscitore di Pulcicchino, che nulla in Italia è più definitivo del provvisorio. Facile immaginare come finirà per essere utilizzata questa norma di “eccezionale necessità” nel Paese che chiama in causa la Protezione civile non solo per le reali emergenze, ma pure per organizzare un G8 alla Maddalena, evento sì eccezionale, ma preannunciato con qualche anno di anticipo.
Per chiarire ancora meglio l'utilizzo ampio e sconsiderato della norma a disposizione, mettiamo a confronto i comportamenti di Pantalone-Meneghino e quello di Pulcicchino davanti a un'emergenza di tutti i giorni. Immaginiamo che il primo si trovi ad avanzare d'inverno in una Foresta Nera flagellata da una tormenta di neve e che all'improvviso il motore dell'auto si spenga. Non passa un'anima e il bravo Pantaghino, dopo aver inutilmente provato a ripartire, si accorge che il cellulare non ha campo e non può quindi chiamare per avere aiuto. Rassegnato, attiva le quattro frecce direzionali della vettura in segno di allarme, abbandona l'auto e sfida la tormenta a piedi per cercare aiuto. Situazione di indubbia eccezionale necessità.
Be’, c'è bisogno di ricordarvi che Pulcicchino abbandona l'auto in terza fila con i segnalatori lampeggianti per andarsi a prendere un caffè in pieno centro? Si passa con naturalezza dalla necessità dell'arbitrio all'arbitrio della necessità.
È ovvio che di questa discrezionalità finiranno per avvantaggiarsi i soliti noti: nipoti di cardinali e di Mubarak, amici e amiche degli amici, grandi elettori e piccoli traffichini, mammasantissima in grado di avere accesso e influenza nelle sedi preposte allo spostamento della sede verso un'area la cui “adiacenza” è discrezionale come tutta la norma.
I diritti del cittadino-farmacista finiranno per essere stritolati sotto il peso della sentenza tombale che Mario Monicelli - indimenticabile fustigatore delle ingiustizie del Potere - faceva emettere al suo famoso Marchese del Grillo: “Aricordateve che io so’ io e voi nun siete un c....”
Forse è arrivato il momento di dire basta alle vessazioni e alle prepotenze, ci sono segnali evidenti che certe furbate hanno fatto il loro tempo e l'Italia comincia a reclamare un po' di pantaghinismo dai suoi amministratori, ad esprimere insofferenza verso i provvedimenti ad personam e voglia di tornare a respirare l'aria pulita di uno stato di diritto.
Anche perchè, esattamente come succede nella commedia dell'arte, nella vita reale i danni provocati da Pulcicchino alla fine li deve pagare Pantalone.
Sarà per questo che in Europa continuano a osservarci con distacco e diffidenza?
tratto da
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maurizio Apprendista

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Registrato: 16/06/11 13:53 Messaggi: 7
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Oi dialogoi
Dialogo (neanche tanto) immaginario tra un farmacista e una cliente
di Maurizio Bisozzi
− Buongiorno, dottore.
− Buongiorno signora, come sta?
− Così così, dottore. Che vuole che le dica, alla mia età non mi posso certo lamentare, però gli acciacchi ci sono.
− Signora, sono frutti di stagione e ognuna ha i suoi...
− Dice bene, dottore. Volevo dirle quello che mi è successo domenica scorsa.
− Prego, si accomodi sulla poltroncina della pressione e mi racconti tutto.
− Grazie. Domenica, dicevo, voi eravate chiusi e mi sono fatta accompagnare da mia nipote in quella farmacia che sta sempre aperta la domenica, la conosce vero?
− La conosciamo sì, signora mia!
− A proposito, ma perché tutte le farmacie osservano i turni e quella invece fa come le pare?
− Guardi, lei tocca un tasto dolente, meglio lasciar perdere e non farci il sangue cattivo...
− Ho capito, anche tra voi ci sono figli, figliastri e nipoti di Mubarak. Comunque, mi sono fatta accompagnare perché avevo dei dolori alle gambe, i piedi gonfi e una tosse fastidiosissima. Secca e persistente.
− E cosa le hanno detto?
− Appena ho finito di raccontare alla dottoressa dei miei problemi, ha detto che per i dolori avevo bisogno di massaggi e mi ha indicato vicino al bancone la cabina dove c'era un fisioterapista. Dopo il massaggio è tornata, ha chiamato l'infermiere e mi ha fatto fare un doppler alle gambe, per capire la causa del gonfiore.
− E cosa è risultato?
− Niente di niente, e dopo il massaggio le gambe mi facevano ancora più male di prima. Allora la farmacista mi ha condotto in un'altra saletta, mi ha collegato con degli elettrodi a un apparecchio e mi ha detto che mi avrebbe fatto un telelettrocardiogramma e che un cardiologo da Bombay mi avrebbe fatto la diagnosi in tempo reale.
− Le meraviglie del Villaggio Globale. Quindi si è scoperto qualcosa?
− Macchè, allora mi ha sottoposta a una spirometria per vedere se la tosse dipendesse da un'insufficienza respiratoria. Insomma, dottore mio, io speravo di avere una consulenza dal farmacista e questa mi ha fatto quasi un day-hospital, senza capirci niente se non che mi ha sfilato un sacco di soldi inutilmente.
− Mi scusi, signora, ma lei che farmaci prende?
− Dunque, per la mia pressione alta il medico mi ha prescritto da qualche settimana enalapril+idroclorotiazide e dell'amlodipina tutte le mattine.
− Be', signora mia, ma allora tutto si spiega: i dolori alle gambe sono dovuti alla perdita di potassio provocata dal diuretico, la tosse stizzosa è un effetto collaterale dell'ACE-inibitore e le caviglie gonfie le causa l'amlodipina. Mi sembra semplice.
− Scusi tanto, dottore, ma queste cose la sua collega non le sapeva?
− Che vuole che le dica? Che molti colleghi hanno snobbato la professione per spacciarsi direttori sanitari e che preferiscono fornire servizi che conoscenza professionale? Quando non si sa o non si vuole fare qualcosa, ci si picca di saper fare altro. Anche gli chef scadenti mascherano le proprie insufficienze abbondando con panna o spezie, invece di migliorare le conoscenze culinarie.
− Ma non è giusto, non si fa così! Io entro in farmacia per un consiglio da un professionista competente e mi ritrovo rigirata come un calzino da un esaltato che pensa di essere sul set di “E.R Farmacisti in prima linea”. Ma perchè non vi ribellate a questa deriva che svuota la vostra professione e vi fa diventare altro, se non peggio?
− Signora mia, le voci fuori dal coro sono ascoltate con la stessa infastidita sopportazione riservata a un questuante al semaforo. E poi, parafrasando Napoleone, temo che il futuro della farmacia italiana sia un gioco che qualcun altro ha già vinto.
− Peccato, vi preferivo esperti del farmaco. Ma forse ha ragione lei: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole...
Tratto da:
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maurizio Apprendista

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Registrato: 16/06/11 13:53 Messaggi: 7
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Il vero scandalo
di Maurizio Bisozzi
Le prime pagine di quotidiani e periodici hanno accantonato nobili nozze e pancioni da grosseuse transalpina: è il momento degli scandali. Bisignani, P4, Milanese, un tourbillon di nomi e sigle accomunati dallo stesso stuporoso termine: scandalo!
Lasciamo la magistratura al suo lavoro e svisceriamo l'etimo della parola: inciampo, impedimento, intoppo. Per il dizionario della lingua italiana si tratta di: turbamento della coscienza collettiva provocato da una vicenda, da un atteggiamento o da un discorso che offende i principi morali correnti; la reazione di riprovazione e di sdegno, lo scalpore suscitato nell'opinione pubblica
Come noterete, si tratta di due interpretazioni dello stesso fatto: la prima focalizza l'interruzione dell'azione, la seconda ne illustra la reazione in chi viene a conoscenza dell'azione.
Senza tirare fuori uova e galline, ma quando nasce lo scandalo? Nel momento in cui il reato si compie o quando se ne viene a conoscenza? Un comportamento è scandaloso solo dopo che viene portato alla luce? E se tale eventualità non si dovesse mai verificare, il gesto sarebbe invece degno di approvazione?
Vantiamo tra i nostri rappresentanti parlamentari un dieci per cento di condannati per reati che spaziano con disinvoltura dal Penale al Civile, più una fetta consistente salvata solo dalla negazione, da parte della Giunta ad hoc, dell'autorizzazione a procedere. All'estero hanno ribattezzato la Camera dei Deputati in camera degli imputati e si fanno beffe del nostro Senato sostenendo che l'Italia ha risolto il sovraffollamento delle carceri aprendo una succursale a Palazzo Madama. Ma questo per noi non è scandalo, è solo opportunità politica.
Nomine guidate, appalti taroccati, telefonate in entrata e uscita dalle segreterie dei partiti, pizzini, cene d'affari e pranzi di malaffare, portaborse e faccendieri sono scandalosi per il solo fatto di esistere. Della loro esistenza ne siamo tutti, dico tutti a conoscenza, e non per malizia personale, ma per pubblica denuncia. Nella classifica dei Paesi più corrotti, vantiamo un onorevole (senza allusioni, s'intende!) 67esimo posto, tra il Ruanda e la Georgia. E allora il vero, autentico, quotidiano scandalo è l'accettazione da parte nostra di uno stato di fatto che ci posiziona lontanissimo dall'area europea alla quale dovremmo fare riferimento, relegandoci oltre il Terzo Mondo della onestà pubblica.
Scandalosa è la nostra rassegnazione davanti ad un sistema corrotto e mafioso con il quale ci sporchiamo le mani tutti i giorni, non l'arresto del faccendiere di turno.
Nel nostro mondo professionale è storica la carenza di sedi farmaceutiche territoriali, nella sola Capitale ci sono 160.000 cittadini privi di servizio farmaceutico, tradotto in soldoni ben quaranta farmacie mancanti all'appello. Questo in ossequio al paradosso statistico del pollo mangiato da uno che risulta diviso a metà con un altro, delle sedi del centro storico che fanno media con sterminate e popolose periferie provviste di una, al massimo due farmacie “fortunate”.
Poi sobbalziamo e gridiamo allo scandalo quando vengono selvaggiamente aperte parafarmacie secondo i dettami della legge Bersani, ma è scandalosa la norma che blocca l'apertura di farmacie vere o quella che tanto clamore e indignazione semina tra i colleghi?
Vogliamo parlare dei concorsi poco indetti e mai espletati nel Centro-sud di Italia e di quante parafarmacie siano state aperte in queste zone dagli stessi titolari, già così deliziosamente baciati dalla sorte nel servire bacini di decine di migliaia di utenti?
Continuiamo ad additare il portaborse o il grand commis che ha l'unico torto, ai nostri occhi, di essersi fatto beccare con il topo in bocca: l'ipocrisia, in questo Paese, non fa mica scandalo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
tratto da:
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